Gli esseri talpa

Supporre di conoscere il presente ignorando il passato che il presente ha generato, induce a pura illusione distorsiva. Per tale motivo diventa necessario indagare il sottosuolo, per quanto riguarda il passato.

La talpa è per antonomasia, l’essere che più di tutti scava il sottosuolo. Costruisce lunghissime gallerie che costantemente rinnova. Di queste caratteristiche si sono accorti gli autori di fumetti, pertanto l’essere talpa entra nella fumettistica e, non è casualità o semplice fantasia. Nasce quindi l’uomo Talpa (in inglese Mole Man), il cui vero nome in questa fantasia, è Harvey Rupert Elder, uno scienziato che esplorava il sottosuolo alla ricerca di un mitico regno.

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Il popolo Hopi

Il popolo Hopi ci tramanda la leggenda del “Popolo delle Formiche” (Ant People) il quale narra di esseri benevoli che salvarono gli antenati Hopi da due catastrofi mondiali (ghiaccio e fuoco), offrendo sotterraneo rifugio e, insegnando loro a coltivare e conservare il cibo. Sono descritti come industriosi e generosi, fondamentali per la sopravvivenza del popolo. 

Durante la distruzione del primo e del secondo mondo, il Popolo delle Formiche avrebbe ospitato gli Hopi nelle proprie dimore sotterranee per proteggerli e quindi sopravvivere. Lasciamo le narrazioni popolari per venire al dunque, domandandoci se fumettistica e mitologia si sono ispirate a qualcosa di oggettivamente più tangibile.

Il dato di fatto

Il sottosuolo del nostro pianeta è stato ampiamente scavato. Ha parecchio scavato l’umano attuale, per crearsi rifugi civili o militari, per estrarre materiali utili, per generare percorsi di transizione, ma non sono queste le cose che ora ci interessano.

Poi esistono tunnel la cui datazione è precedente la scoperta dei metalli, e ciò genera la datazione non coerente con la narrativa storica fatta passare. Entriamo nella “damnatio memoriae” ovvero nella dannazione o alterazione della memoria storica. Si entra nel mito, pertanto nel periodo antidiluviano. La versione storica propinataci più non regge, tanto è palese l’incongruenza.

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Ci troviamo nel periodo in cui delle civiltà super tecnologiche e probabilmente globali operavano sulla Terra, prima che uno o più immani cataclismi, cancellassero tutto quanto o quasi, come da mitologia Hopi. Ovviamente il termine “cataclisma” sarebbe da meglio delineare, poiché un cataclisma può essere naturale, artificiale se non indotto.

E’ in coerenza a questa “quasi” cancellazione, che oggi andiamo a tentare di scoprire. E’ realtà innegabile il fatto che sono esistiti i giganti o ciclopi e, pure tutta una serie si esseri umanoidi di più bassa statura, con tanto di variazioni genetiche e non, rispetto l’umano attuale.

In base a ipotetica, ma pure logica deduzione, i giganti costruirono utilizzando della super tecnologia, quanto oggi è definito “megalitico” o ciclopico. Quindi in Italia ma non solo, hanno costruito le triplici mura megalitiche poste attorno a importanti centri abitati, quali le città “saturnie” del quale oggi ancora abbiamo riscontro. In base alla logica, queste mura potevano avere un’unica funzione, quella difensiva.

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Ciò comporta per conseguenza che vi era un nemico dal quale difendersi, il quale certamente non si serviva di arco e frecce. In seguito le mura ciclopiche furono abbattute ed i giganti scomparsi. Da quel periodo in poi gli esseri umanoidi di bassa statura si rifugiarono sotto terra. La narrativa mitologica poi farà passare che questo era un popolo del sottosuolo che tentò di uscire, ma che fu sconfitto.

Un riscontro

Andando in generale ad indagare quanto nel sottosuolo è stato scavato, emerge un dato di fatto che non è possibile ignorare: dimensioni di scavo diverse, indicano operatori fisicamente diversi, dotati di diversa strumentazione.

Se un tunnel è alto mt.1,80, posso supporre che sia stato costruito da un essere umano come l’attuale, ma se il tunnel ha dimensioni 70×80, non posso supporre che sia stato realizzato da e per l’umano attuale. Ne consegue quindi che vi erano degli esseri di bassa statura ovvero dei nani. L’immagine 1 è esplicativa, considerando che il piano di calpestio è stato abbassato in seguito rispetto l’origine.

La Cappadocia

Tutto il pianeta è interessato dalla presenza di tunnel preistorici, benché alcune zone primeggiano. Quindi oggi andiamo in Cappadocia, nella città sotterranea di Mazi o Mazikoy. La scelta non è casuale ed è qui che sono state scattate le foto 2/3/4. Ecco cosa si riscontra.

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Vediamo una ruota (foto 2 e 3) in pietra di quelle utilizzate per la chiusura dei cunicoli. Le dimensioni di queste chiusure tonde, indicano quale era la dimensione dell’entrata in origine. Poiché la ruota doveva coprire l’entrata, questa per conseguenza doveva essere minore. Si suppone che i passaggi avessero un diametro all’incirca il 20% in meno rispetto la ruota/porta. Osservando la dimensione delle ruote in pietra rimaste, diventano ipotizzabili le dimensioni originarie dei tunnel da chiudere.

Quindi poiché le chiusure tonde più piccole avevano un diametro di circa cm.80, i passaggi da chiudere avevano un diametro originario di cm. 60/70. Se andiamo ad indagare gli Erdstal tunnel presenti in centro Europa, scopriamo che vi erano addirittura diametri inferiori. Domanda: quanto erano alti gli umanoidi che se ne servivano?

In attesa di avere risposta ufficiale certa, andiamo ora alla domanda: i costruttori lavoravano al buio? Avevano illuminazione, oppure disponevano della vista al buio? Utilizzavano visori notturni?

La vista al buio

Quale primo quesito ci si può domandare se lavorando al buio, l’essere umano adegua la sua capacità visiva al punto da giungere a vedere. La risposta è no, o meglio, si adegua quindi giunge a vedere meglio del normale, ma non può migliorare dove non vi è luce. Ciò comporta quindi che deve organizzarsi, illuminando l’ambiente.

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Non disponendo quantomeno teoricamente della corrente elettrica, si vanno ad ipotizzare torce, lumi ed espedienti vari. Questi certamente sono utilizzabili, ma queste soluzioni inquinano l’ambiente, andando così ad aumentare il problema dell’ossigenazione. A questo punto qualcuno dirà: però in epoca più recente, i nostri minatori hanno sempre scavato al buio con torce, lampade e lumi di vario genere. Dove però ciò è avvenuto, poi è rimasta traccia generata dal fumo, mentre nelle città sotterranee e nei tunnel di collegamento, questo non è stato riscontrato.

Tentativo di risposta

Qui emerge la seguente domanda: i costruttori prima e gli utilizzatori poi, usavano visori per la vista al buio? Affermarlo sarebbe arbitrario, ma sta di fatto che su tutto il pianeta sono state riscontrate rappresentazioni e pure sono state trovate statue che presentano sorta di strani occhiali o maschere atte a supporre l’utilizzo di visori.

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Questa tesi ha il vantaggio di essere coerente con quanto ancora oggi è riscontrabile sul nostro pianeta in merito alle presenze esogene. Di visori nei caschi alieni, ne sono oggi riscontrati di varie tipologie; si va da quelli incorporati nel casco (immagine sottostante) ai visori inseriti presumibilmente nell’orbita oculare. Pertanto nulla impedisce di supporre che oggi l’essere umano altro non fa che replicare soluzioni tratte da altrove.

Ciò comporta il fatto in base al quale diventa lecito supporre che gli autori e utilizzatori del sottosuolo, disponessero di apparecchiature atte alla vista. E poi, in qualche modo dovevano pur vedere, lavorare e percorrere.

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Materiale e tecnica di scavo

Un problema non secondario riguarda come portavano fuori il materiale scavato. Scavare andando in salita facilita l’asportazione; ma in prevalenza le escavazioni vanno in discesa. Certamente qualcuno dirà che mediante una catena di soggetti con il passamano, possono praticamente creare  una macchina asportatrice, però ci sono pure le controindicazioni pratiche.

Poi emerge un ulteriore quesito: perché all’esterno non sono mai riscontrabili (escluse le miniere recenti) i luoghi dove il materiale scavato è stato depositato? Qui si tira in ballo il tempo trascorso e il dilavamento, ma nulla di certo dimostra. Poi emerge altra domanda: quali le tecniche e strumenti usati?

Certamente in alcuni casi sono state riscontrate tracce di scalpelli e piccozze, ma in altri luoghi compaiono tracce non ascrivibili a strumenti noti. Sino ad arrivare dove la roccia si presenta come lisa e apparentemente come vetrificata. Ok. il tempo e l’usura, ma quella sorta di vetrificazione proprio non ci dovrebbe stare e, neppure tracce di presunte trivelle. Poi, sono stati riscontrati casi in cui in tunnel posti in profondità, questi avevano le pareti fatte con enormi blocchi squadrati, quasi come se in un tempo remoto mentre il tutto era allo scoperto, sono stati generati tunnel poi coperti.

Come se non bastasse poi vi sono tunnel la cui lavorazione tira in ballo tecnologie tipo laser e asportazione mediante dissolvenza della roccia, ma qui ci fermiamo.

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Chiusura

Le foto 2/3/4 intenzionalmente poste, evidenziano la tesi in base al quale la ruota/porta era il sistema tipico di chiusura. Se la ruota era grande impediva il passaggio degli esseri di proporzionale statura, mentre il foro in piccolo consentiva il passaggio degli esseri piccoli. Nelle foto due e tre il foro piccolo poi è stato ampliato e alterato da quelli venuti dopo.

Ulteriore problema è il fatto in base al quale è esistita ed esiste tutt’ora una strategia volta a cancellare quanto della storia umana non è coerente con la narrativa da imporsi.

Prendendo in considerazione il sottosuolo scavato al tempo che fu, ovvero prima dei metalli; si riscontra che ora in parte il tutto è stato sigillato. Non solamente dall’esterno, ma pure in alcuni casi riempito all’interno. Certamente vi saranno pure stati cedimenti, il logorio del tempo, dilavamenti etc., ma vi sono pure tracce di riempimenti sistematici intenzionali.

Chi eventualmente ordinò tale esecuzione e perché? Quanto è coerente quella voce di popolo in base al quale ad un certo punto un tale Papa avrebbe ordinato la chiusura di tutte le entrate nel sottosuolo? Poi vi è la sconcertante vicenda dell’Alpe Gera, foto 8 con articolo a seguire. Insomma: con il sottosuolo, si brancola nel buio!

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