Nel corso del tempo, l’essere umano ha elaborato modelli sempre più complessi per tentare di descrivere la realtà, ovvero ciò che si presenta alla nostra esperienza. Tra questi modelli vi è l’idea che la realtà possa essere costituita da più dimensioni, eventualmente sovrapposte o compenetrate, alcune delle quali non direttamente accessibili alla nostra percezione.
È una ipotesi affascinante che, sul piano matematico e teorico, è perfettamente concepibile. Esiste però una distinzione fondamentale che spesso viene dimenticata: la coerenza logica di un’ipotesi non dimostra l’esistenza oggettiva di ciò che l’ipotesi intende descrivere.
Possiamo costruire matematicamente modelli con quattro, cinque, dieci o più dimensioni. Possiamo elaborare universi nei quali queste dimensioni abbiano precise caratteristiche e producano determinate conseguenze.
1 Dal CERN

Tutto questo dimostra che il modello è matematicamente costruibile ed interessante; ma ciò nonostante non dimostra che quelle dimensioni esistono realmente.
Per passare dalla costruzione teorica alla realtà fisica occorre qualcosa di diverso: un riscontro osservabile, misurabile e verificabile, capace di mettere alla prova l’ipotesi. Ed è proprio qui che il problema diventa interessante.
Quando l’ipotesi diventa spiegazione
Questo vale soprattutto quando utilizziamo il concetto di “altra dimensione” per spiegare fenomeni che non riusciamo a comprendere. Tra questi possiamo inserire anche il fenomeno UFO ora detto UAP e, più in generale, una parte di quei fenomeni che vengono ricondotti al cosiddetto mondo paranormale.
Dire: “È qualcosa proveniente da un’altra dimensione” è certamente legittimo; ma non è per questo, una spiegazione dimostrata. Rimane un’ipotesi.
2 UAP: extra/dimensionale o no?

Poi il problema si afferma quando l’ipotesi viene ripetuta così tante volte da assumere, nella percezione collettiva, il valore di una realtà acquisita. Si può arrivare così a trasformare una costruzione concettuale in una caratteristica apparentemente oggettiva della realtà.
È un meccanismo che merita attenzione, poiché se una ipotesi diventa narrativa, la narrativa diventa convinzione e la convinzione può trasformarsi in dottrina. Un esempio è proprio l’affermazione secondo cui gli UFO o gli UAP proverrebbero da altre dimensioni, magari attraverso ipotetici “wormhole”, intesi come passaggi dimensionali attraverso strutture dello spaziotempo.
Cosa però dimostra che sia realmente così? Questa è la domanda che dovrebbe precedere ogni tentativo di spiegazione. Forse non dovremmo chiederci immediatamente: “In quale dimensione si trova ciò che osserviamo?” Dovremmo chiederci prima: “Abbiamo realmente dimostrato che ciò che osserviamo appartiene a un’altra dimensione?”
La differenza non è soltanto terminologica. Una cosa è dire: “Posso supporre una realtà fatta di più dimensioni.” Altra cosa è dire: “Ho dimostrato che la realtà è costituita da più dimensioni.” Tra queste due affermazioni esiste precisamente lo spazio che separa la speculazione dalla conoscenza verificata.
La dimensione come modello
Occorre allora separare almeno due concetti che vengono spesso sovrapposti. Il primo è la dimensione come costruzione matematica, necessaria per descrivere un determinato modello. Il secondo è la dimensione come componente realmente esistente della realtà, indipendentemente dal modello che utilizziamo per descriverla. La prima può essere dimostrata matematicamente. La seconda non è automaticamente confermata dalla matematica.
3 La danza di Shiva rappresentazione del mondo manifesto

Anche la fisica teorica utilizza modelli nei quali vengono contemplate dimensioni supplementari. La teoria delle stringhe, ad esempio, ipotizza strutture matematiche che richiedono dimensioni ulteriori rispetto a quelle direttamente percepite; ma l’esistenza matematica di una dimensione all’interno di una teoria non equivale alla sua osservazione sperimentale.
La questione, quindi rimane aperta: che cosa conferma realmente l’ipotesi? Finché non disponiamo di un riscontro sperimentale capace di distinguere inequivocabilmente l’ipotesi da altre possibili spiegazioni, non possiamo trasformare quella possibilità in un fatto.
Questo vale anche e soprattutto quando l’ipotesi proviene da una teoria scientifica. Una teoria può essere straordinariamente sofisticata e accattivante, matematicamente coerente e capace di produrre previsioni; ma una previsione non è un riscontro.
Il problema del riscontro
Generalmente descriviamo l’esperienza fisica attraverso tre dimensioni spaziali e una dimensione temporale. La relatività descrive spazio e tempo come componenti dello spaziotempo.
Questo, però, non significa che sia stata dimostrata l’esistenza di una “quarta dimensione spaziale” accessibile come le tre che conosciamo, né che siano state dimostrate ulteriori dimensioni nascoste e qui emerge un problema ancora più profondo.
4 Reale e fittizio

Noi arriviamo al riscontro della realtà attraverso i nostri sensi, e pure mediante accessori i quali amplificano; che però sempre sono strumenti mediatori. La realtà che conosciamo è quindi sempre, in qualche misura, mediata. “Mediata” non significa falsata. Significa che tra noi e ciò che osserviamo esiste un processo di percezione, misurazione, elaborazione e interpretazione.
Anche il colore costituisce un esempio istruttivo. La luce possiede determinate caratteristiche fisiche, ma il colore, così come viene esperito, emerge dall’interazione tra lo stimolo luminoso e il nostro sistema percettivo. Ciò che chiamiamo “rosso”, “verde” o “blu” non è quindi semplicemente una proprietà della realtà esterna che il cervello fotografa passivamente. Il nostro organismo (forse organo simulatore) partecipa alla costruzione dell’esperienza.
E se questo vale per una cosa apparentemente elementare come il colore, possiamo porci una domanda molto più ampia: quanto della realtà che riteniamo oggettiva è realtà in sé e, quanto è realtà così come viene elaborata dal nostro sistema percettivo e concettuale?
Chi controlla il controllore?
Qui il problema diventa ancora più radicale. Noi utilizziamo strumenti per verificare la realtà. Ma gli strumenti vengono progettati, costruiti e interpretati dall’essere umano.
5 Vedo o visualizzo?

Utilizziamo i sensi per osservare. Utilizziamo strumenti per ampliare i sensi. Utilizziamo la matematica per descrivere ciò che gli strumenti rilevano e, utilizziamo nuovamente il pensiero per interpretare quei risultati. Allora possiamo domandarci: chi controlla il controllore?
Questo non significa che la conoscenza umana sia inutile o che nulla possa essere conosciuto. Significa soltanto che dovremmo essere prudenti nell’affermare di possedere una conoscenza assoluta del reale.
La scienza stessa procede proprio attraverso questa prudenza: formula ipotesi, costruisce modelli, effettua misurazioni, confronta risultati, cerca conferme e soprattutto cerca di sottoporre le proprie spiegazioni alla possibilità di essere smentite. Per questo, quando il riscontro non è sufficiente, la formulazione corretta dovrebbe essere: “Questa è una ipotesi di lavoro.” Non: “Questa è la realtà.”
Un’altra possibilità
A questo punto possiamo introdurre una possibilità che, almeno filosoficamente, merita di essere considerata. Perché ipotizzare necessariamente l’esistenza di più dimensioni poste “altrove”?
Potremmo invece ipotizzare una realtà strutturata su livelli differenti, presenti qui e ora, ma non necessariamente accessibili alla nostra modalità ordinaria di percezione. Forse, considerata da una certa angolazione, la differenza sarebbe soltanto terminologica. Oppure potrebbe non esserlo affatto. Il punto è che, in assenza di un riscontro capace di stabilirlo, non possiamo sapere quale delle due possibilità corrisponda al reale.
Potremmo trovarci davanti a una realtà multidimensionale. Potremmo trovarci davanti a qualcosa di completamente diverso. Potremmo persino avere davanti un fenomeno che non è affatto riconducibile al concetto di “dimensione”, ma che il nostro sistema percettivo e concettuale non è ancora in grado di collocare all’interno del modello ordinario.
Ed è forse proprio questa la domanda più corretta: non in quale dimensione si trova ciò che osserviamo, ma se l’osservazione stessa ci permette di stabilire la struttura ontologica di ciò che osserviamo.
Se poi si volesse considerare la posizione del CERN, da qui emerge il fatto che le dimensioni extra sono oggetto di modelli teorici e di ricerche sperimentali, ma non vanno considerate come acquisite, benché insistentemente il pensiero dei ricercatori ci prova e la narrativa sostiene.
Oltre le dimensioni: il pensiero
Ed eccoci, forse, al punto più interessante. Abbiamo iniziato parlando di dimensioni. Abbiamo parlato di matematica, fisica, UAP, percezione e realtà. Ma ogni concetto utilizzato fin qui è passato attraverso il pensiero.
6 Rappresentazione del pensiero

Noi mediante il pensiero immaginiamo le dimensioni, costruiamo i modelli, ed ipotesi e pure interpretiamo tutte le osservazioni. Anche quando utilizziamo la matematica, siamo noi a costruire il linguaggio matematico con cui descriviamo ciò che osserviamo. Questo non dimostra che la realtà sia un prodotto della nostra mente; ma pone un problema che forse è ancora più radicale di quello delle dimensioni: noi non possiamo uscire dal pensiero per controllare il pensiero.
Possiamo correggerlo, confrontare le nostre idee con l’esperienza, costruire strumenti sempre più raffinati, accorgerci dei nostri errori e modificare i nostri modelli. Ma tutto questo avviene ancora attraverso il pensiero.
E allora la domanda cambia, non è più soltanto: “Quante dimensioni possiede la realtà?” ma diventa: “Che cosa sappiamo realmente della realtà al di fuori del nostro modo di pensarla?” Forse il problema delle dimensioni ci conduce verso un problema più grande. Non quello di scoprire dove si trovi ciò che non riusciamo a comprendere, ma quello di comprendere chi o cosa, sta cercando di comprendere.
7 Il mondo della ricerca

Alla fine della fiera, ogni dimensione che immaginiamo, ogni universo o realtà che tentiamo di descrivere, prima ancora di essere affermata, è pensiero!
Forse il punto non è stabilire frettolosamente che “tutto è pensiero”. Il punto è avere il coraggio di fermarsi davanti alla domanda: se tutto ciò che conosciamo della realtà passa attraverso il pensiero, quanto conosciamo veramente della realtà, indipendentemente dal pensiero?
Forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire la nostra ricerca. Non dalla certezza di avere trovato la risposta; ma dalla consapevolezza di non sapere ancora chi o cosa sta ponendo la domanda.
