La legge di costrizione

L’essere umano (ma ogni forma di vita) nasce e vive in perenne stato di costrizione, che ne sia consapevole o meno. La costrizione umana è presente nella nostra esistenza in misura molto ampia, ma non necessariamente nella stessa misura nella nostra consapevolezza. Anzi, è proprio questo il punto centrale della riflessione.

La costrizione che non riconosciamo

L’essere umano nasce all’interno di condizioni che consapevolmente non ha scelto; al limite ha scelto la sua anima o io superiore. Non sceglie di nascere, non sceglie il proprio patrimonio genetico, la famiglia, il luogo e il periodo storico in cui viene al mondo. Non sceglie neppure la lingua con cui comincerà a parlare e pensare, né i primi modelli culturali attraverso i quali imparerà a interpretare il mondo.

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Successivamente, la società aggiunge regole, doveri, aspettative, divieti e modelli di comportamento. La necessità di lavorare, mantenersi, rispettare le leggi e convivere con gli altri introduce ulteriori vincoli; ma esiste una costrizione ancora più sottile e difficile da riconoscere: quella che agisce dentro di noi.

Desideriamo qualcosa e ci sentiamo spinti a ottenere. Proviamo paura e cerchiamo di evitarne la causa. Amiamo, odiamo, competiamo, difendiamo le nostre convinzioni. Spesso consideriamo queste manifestazioni espressioni della nostra libertà, senza domandarci quanto siano condizionate da bisogni, esperienze, educazione, istinti e circostanze che non abbiamo scelto.

Viviamo dentro una rete di costrizioni senza percepirle in modo appropriato. La costrizione più efficace, forse poi non è quella che ci obbliga apertamente, ma quella che ci induce a sottostare proprio a ciò verso cui siamo già orientati e nostra insaputa.

Quanto ne siamo consapevoli?

Non esiste una misura attendibile che consenta di stabilire quale percentuale dell’umanità sia consapevole della propria condizione in fatto di costrizione. Possiamo però distinguere diversi livelli di consapevolezza.

– La costrizione evidente. Riconosciamo facilmente una prigione, una minaccia, un obbligo imposto o una limitazione della nostra libertà.

– La costrizione sociale. Ci accorgiamo che il nostro comportamento è influenzato dal giudizio degli altri, dalle convenzioni, dal bisogno di essere accettati e dal timore di essere esclusi.

– La costrizione interiore. Cominciamo a riconoscere che certe reazioni, aspirazioni e paure si impongono a noi prima ancora che possiamo valutarle razionalmente.

– La costrizione esistenziale. Sei costretto a respirare, mangiare e bere, riposare, lavorare, elaborare etc. Ci domandiamo se la nostra stessa capacità di scegliere sia realmente libera oppure se ogni scelta dipenda da condizioni precedenti, alcune delle quali ci sono sconosciute.

È soprattutto quest’ultimo livello che apre un interrogativo filosofico di grande portata. Siamo liberi di scegliere, oppure scegliamo all’interno di possibilità che non abbiamo determinato? E, se non abbiamo stabilito le condizioni dalle quali nascono i nostri desideri, in quale misura possiamo considerarci gli autori delle nostre decisioni?

Non abbiamo una risposta definitiva e soddisfacente; ma il semplice fatto di formulare queste domande significa già portare la consapevolezza oltre il livello delle costrizioni più visibili.

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 Il rapporto tra il bene e il male

Qui si innesta una seconda questione. L’essere umano non soltanto subisce vincoli: vive anche all’interno di una struttura di valutazione che distingue tra ciò che considera bene, da ciò che considera male.

Fin dall’infanzia gli vengono trasmessi criteri morali, religiosi, culturali e sociali. Alcuni sono indispensabili alla convivenza; altri possono essere discussi, modificati o persino rifiutati. Tuttavia, anche quando ci ribelliamo ai valori ricevuti, la nostra ribellione nasce spesso dal confronto con essi. La domanda diventa allora più sottile: siamo liberi di scegliere il bene e il male, oppure siamo condizionati anche nei criteri con cui li definiamo?

Non significa che bene e male siano necessariamente illusioni, né che ogni scelta sia equivalente a un’altra. Significa riconoscere che il nostro giudizio morale si forma attraverso condizioni biologiche, affettive, educative e culturali che meritano di essere esaminate. Emerge così una possibile contraddizione: ci riteniamo liberi di giudicare, ma potremmo non essere pienamente consapevoli di ciò che orienta il nostro giudizio.

Perché la costrizione è così poco considerata?

Credo che la ragione sia molto semplice: l’essere umano è impegnato a vivere, non necessariamente a interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la sua vita. Deve provvedere ai bisogni quotidiani, affrontare difficoltà, mantenere relazioni e perseguire obiettivi. La riflessione sulla propria libertà rimane spesso subordinata alle necessità più immediate.

Inoltre, riconoscere una costrizione può essere scomodo. Ci obbliga a mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi, soprattutto quando ci consideriamo individui autonomi, capaci di decidere liberamente il proprio destino. È più rassicurante pensare di essere pienamente padroni delle nostre scelte che riconoscere quanto dipendiamo da fattori esterni e interni.

Questo, tuttavia, non significa che l’umanità ignori completamente il problema costrittivo. Filosofia, psicologia, letteratura e religioni si interrogano da secoli sulla libertà, sulla necessità, sul destino e sulla responsabilità. La questione è tutt’altro che assente nella cultura umana.

La distinzione importante è un’altra: conoscere intellettualmente il problema non equivale a riconoscerne la presenza nella propria esistenza quotidiana. Una persona può parlare diffusamente di libertà e continuare a essere inconsapevolmente guidata dalle proprie paure, dai propri pregiudizi o dal bisogno di approvazione, se non da una volontà superiore.

 Andando in profondità

La costrizione può essere considerata sotto due prospettive; costrizione riconosciuta: so che qualcosa limita la mia libertà e posso tentare di comprenderlo, contrastarlo o accettarlo consapevolmente. Oppure costrizione non riconosciuta: considero spontanea una mia decisione, senza interrogarmi sulle condizioni che l’hanno prodotta.

La seconda prospettiva è filosoficamente più impegnativa, perché solleva un problema che va oltre la semplice libertà individuale. Se non conosco tutti i fattori che determinano il mio modo di pensare, come posso sapere fino a che punto sono libero? E se non sono pienamente consapevole delle condizioni che orientano le mie scelte, quanto posso conoscere davvero me stesso?

Attenzione però, riconoscere i condizionamenti non significa dimostrare che ogni azione sia predeterminata. Significa individuare una questione aperta, che richiede di distinguere i vincoli dimostrabili dalle ipotesi più ampie sulla natura dell’esistenza.

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La sofferenza

In seno all’umanità intera, la sofferenza è uno degli aspetti più presenti e del quale ci si chiede quale la motivazione. Alcuni sostengono che il dolore fisico innesca attenzione e difesa, pertanto questa motivazione avrebbe senso. Poi però vi sono soggetti che nascono e muoiono soffrendo, dove non soddisfa l’ipotesi karmica.

Certamente qual ora la scelta inconsapevole durante l’esperienza umana, fosse una scelta operata a monte, il tutto troverebbe quantomeno una ipotetica spiegazione. Comunque sia, la sofferenza fisica e morale genera nella vita un aspetto costrittivo, che poi andrà a determinare il vissuto.

Conclusione

Ritengo che il tema relativo la costrizione è presente nella consapevolezza umana, ma distribuito in modo frantumato e diseguale e, spesso affrontato mediante aspetti separati: la libertà politica o divina, il condizionamento sociale, la responsabilità morale, il destino, il fato e il libero arbitrio etc.

La prospettiva della presente riflessione, tenta invece di ricondurre questi aspetti a una domanda unitaria ovvero: quanto della nostra esistenza è realmente frutto di una scelta consapevole e quanto si svolge entro condizioni che non abbiamo scelto e che forse neppure riconosciamo?

Qui si arriva ad una domanda che, a mio avviso, merita di rimanere aperta e profondamente meditata: se l’essere umano fosse consapevole di tutte le costrizioni presenti, diventerebbe più libero? Oppure la consapevolezza gli permetterebbe soltanto di comprendere meglio i limiti entro i quali è costretto a vivere?

Sono due possibilità differenti. La prima attribuisce alla conoscenza una capacità liberatrice; la seconda ammette che conoscere una condizione non significa necessariamente poterla modificare. Da qui una domanda alternativa: la consapevolezza della costrizione è una forma di libertà, oppure è soltanto un’altra condizione costrittiva dell’essere umano?

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