Il Signor Giuseppe B. ha posto la seguente osservazione: come si spiega il fatto che sin dagli albori dell’umanità sono stati visti Ufo ed entità aliene in numero così ampio da far crollare ogni logica circa la lettura del fenomeno?
Stessa obiezione già in passato era stata posta dal noto ricercatore John A. Keel mediante il libro: “Creature dall’ignoto”. Erano altri tempi, quindi seppure intuita, la risposta latitava. Oggi possiamo dire qualcosa di più.
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Ipotetica spiegazione
Nella scontata realtà umana, quando un fenomeno è reale, tende a presentarsi con coerenza ripetitiva. Non necessariamente identico a sé stesso, ma riconoscibile. Segue uno schema, conserva tratti, permette di dire “è sempre lui”, anche quando cambia forma.
Ma cosa accade quando ciò che osserviamo sfugge a questa logica? Quando le forme si moltiplicano, le strutture divergono, e le manifestazioni diventano così numerose e differenti da sembrare, più che variazioni di un unico fenomeno, una dispersione senza riferimento centrale?
È qui che emerge una delle obiezioni più ricorrenti in ambito ufologico: l’eccessivo numero di tipologie di velivoli e la varietà quasi incontrollabile delle entità osservate. Dischi, triangoli, sfere, strutture ibride di varia forma e pure manifestazioni mutanti; figure umanoidi in tutte le salse, esseri luminosi e altri oscuri, presenze eteree dall’inconsistente al tangibile. Un mosaico tanto vasto da mettere in crisi l’idea stessa di una o alcune civiltà extraterrestri in visita alla Terra.
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L’obiezione di Giuseppe appare solida; se esistesse una tecnologia reale, ci si aspetterebbe una certa standardizzazione. Se esistesse una civiltà oppure un numero limitato di civiltà, ci si aspetterebbe una logica riconoscibile. In altre parole: una chiara identità del fenomeno.
E invece, ciò che emerge è l’opposto. Una proliferazione di forme che sembra negare ogni possibilità di ricondurre il fenomeno a un’origine univoca. E’ però davvero questa l’unica lettura possibile?
Forse l’incongruenza se non l’errore, non è nel fenomeno, ma nello schema mentale che utilizziamo per delinearlo. Forse stiamo applicando un’idea di realtà che presuppone stabilità, oggettività e indipendenza dall’osservatore… quando invece si tratta di qualcosa che potrebbe non rispondere affatto a queste regole.
Se infatti ciò che chiamiamo “manifestazione” non fosse un oggetto nel senso classico, ma un’espressione mediata, ovvero un’interfaccia tra ciò che è e ciò che può essere percepito; allora la varietà non sarebbe più una anomalia, ma una conseguenza che esprime un quadro più ampio e complesso.
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In questa prospettiva, la molteplicità delle forme non indebolisce il fenomeno; semmai lo caratterizza e amplia, purché lo si osservi da altra posizione.
Non ci troviamo più di fronte a macchine che attraversano lo spazio, ma a qualcosa che prende forma qui ora, nel momento stesso dell’interazione. Qualcosa che non si limita a mostrarsi, ma che si adatta, si modula, si traduce in base al contesto e all’osservatore, forse persino allo stato di coscienza individuale e collettivo.
E allora la domanda iniziale cambia, poiché non è più: “perché esistono così tante tipologie?” Per diventare: “perché ci aspettiamo che debbano essere poche?”
Non è che forse ciò è dovuto alla modalità col quale l’essere umano si rapporta al “concetto di realtà” quando invece potrebbe essere proprio quel modo silenziosamente e ostinatamente mantenuto a dover essere rivisto?
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Il cambio di paradigma
Il termine UFO indica la presenza di un oggetto non identificato o macchina volante; ma ad un certo punto si riscontra un netto cambio nel linguaggio di stampo USA. Progressivamente, quel termine ha lasciato spazio a UAP, ovvero non più oggetti materiali, ma fenomeni trascendenti.
Il passaggio non è una semplice sfumatura linguistica, ma il risultato del cambiamento concettuale di base. La presenza di un oggetto è qualcosa che esiste indipendentemente da chi lo osserva; il fenomeno è, per sua natura, ciò che appare, ciò che si manifesta in una relazione mediata con l’osservatore.
Senza dichiararlo apertamente, il cambio di paradigma riconosce che ciò che si osserva non si lascia ridurre facilmente a una presenza stabile, oggettiva ed autonoma e sempre uguale a sé stessa. Assomiglia di più a qualcosa che accade in una delle tante potenziali variabili possibili in gioco.
E se ciò che accade è, per definizione, variabile… allora la molteplicità delle forme non è più un problema da risolvere. Ora occorre rileggere il fenomeno in base ad altre prerogative.
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Un oggetto esiste, occupa spazio, mantiene identità. Un fenomeno accade, varia, dipende dalle condizioni in cui si manifesta. Nel momento in cui smetti di parlare di oggetti e inizi a parlare di fenomeni, stai implicitamente ammettendo che ciò che osservi non si comporta come una cosa normale, ma paranormale.
Il punto si chiude.
Se una manifestazione non è una cosa, non è tenuta a essere coerente nel modo in cui pretendiamo lo sia un oggetto. Quindi non è tenuta ad avere una forma stabile, né una gamma limitata di varianti. Non è tenuta, in sostanza, a rassicurare il nostro umano bisogno di uniformità.
Per conseguenza la molteplicità, allora, smette di essere una anomalia, ma diventa la firma. Non di una tecnologia che non comprendiamo, ma di qualcosa che, più semplicemente, non stiamo ancora guardando nel modo corretto.
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E allora resta solo un’ultima possibilità. Non la più comoda, ma la più coerente con tutto ciò che emerge. Se ciò che osserviamo non mantiene forma, non conserva identità, non rispetta le aspettative che riserviamo agli oggetti… forse il problema non è ciò che appare.
Forse è il modo in cui causa l’ignoranza umana, pretendiamo che debba apparire. Continuiamo a cercare macchine, dove compaiono manifestazioni.
Continuiamo a cercare provenienze, dove forse dovremmo interrogarci sulle modalità. Continuiamo a chiederci “da dove viene?”, quando la domanda più scomoda sarebbe un’altra: “in che modo prende forma… questa manifestazione?”
Questa è una domanda che sposta tutto. Poiché non chiama in causa distanze astronomiche, ma condizioni. Non chiama in causa civiltà lontane, ma il rapporto tra osservatore e osservato, un po’ come oggi formula la Fisica del Quanto.
Non chiama più in causa un altrove, ma il modo stesso in cui definiamo ciò che chiamiamo realtà. A quel punto l’incongruenza iniziale, mediante nuovo paradigma, si dissolve da sola. Non perché sia stata risolta, ma perché non è più tale.
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Il precedente era un errore di prospettiva. Un tentativo di forzare dentro categorie rigide qualcosa che, evidentemente, rigido non è. Forse è proprio questo il punto che disturba di più l’ammissione ufficiale.
Non l’idea che là fuori ci sia qualcosa che non comprendiamo, cosa che è parte del comune pensiero umano; ma la possibilità che per comprenderlo, non basti aggiungere informazioni. Ovvero che sia necessario cambiare sguardo o modalità di lettura.
Forse, ecco perché le manifestazioni ufologiche/UAP si fanno beffe del creduto umano, che nulla possono nei loro confronti, causa l’ignoranza!
LE FOTO
- Straordinaria rappresentazione comparsa il lasso di tempo necessario per essere ripresa.
- UFO triangolare, o meglio UAP.
- Il Luogotenente Carabinieri A. di Roio vede e riprende mediante selfie, una presenza esogena.
- Esattamente appena sopra la stazione ferroviaria di Sondrio.
- Spettacolare esibizione di una navetta appena sopra l’abitato di Chiesa in Valmalenco.
- Entità aliena appena atterrata mediante navetta posta a breve distanza, osserva il testimone.
- Impossibile non vedere, appena sopra le abitazioni della Valmalenco.
