Domus de janas, tombe dei giganti e dolmen non erano tombe. Questa è l’affermazione da cui prende avvio il presente articolo. Da qui in avanti, l’analisi non procede per suggestioni o simbolismi, ma per riscontri oggettivi verificabili da chiunque.
Funzione originaria e uso postumo
Quando si considerano costruzioni molto antiche, è essenziale mantenere una distinzione netta tra la motivazione originaria della costruzione e l’eventuale utilizzo successivo, spesso non coerente con la funzione iniziale. Confondere questi due piani indirizza verso letture retroattive fuorvianti, poi sostenibili unicamente in ottica strumentale.
Zhane river dolmen (Caucaso) (foto 1)

Questo principio metodologico, pur palese nella sua logicità, è stato spesso intenzionalmente ignorato. Accettarlo avrebbe imposto una riscrittura profonda della narrazione storica dominante. Se domus de janas, tombe dei giganti e dolmen non erano tombe, allora sorge una domanda inevitabile: che cosa erano? Una domanda scomoda che, di fatto, nella massa non doveva trovare risposta. È in questo vuoto che si inserisce una vera e propria damnatio memoriae: non solamente la distruzione dei manufatti, ma la neutralizzazione del loro significato.
Le “tombe dei giganti”
La prima evidente dissonanza riguarda la denominazione stessa. Le cosiddette tombe dei giganti non hanno mai ospitato giganti, né risultano aver accolto defunti secondo modalità funerarie abituali o riconoscibili.
Le dimensioni interne e, soprattutto, le aperture di accesso rendono impossibile l’ingresso di corpi umani adulti e tantomeno di giganti. A ciò si aggiunge l’assenza totale di resti scheletrici integri che possano confermare pratiche di sepoltura.
Vi è poi una incongruenza più profonda: gli esseri umani così come oggi li conosciamo non risultano essere gli autori delle costruzioni megalitiche. Non per mancanza di volontà, ma per limiti fisici, tecnici e soprattutto motivazionali. Nella scala delle necessità prioritarie in merito alla vita di allora, prima vi era il cibo, il riparo, la difesa etc; non certo mistica e spiritualità tali da motivare le opere megalitiche.
Macomer tomba dei giganti (foto 2)

Sin dall’antichità, i defunti sono stati prevalentemente interrati, cremati o affidati al mare. Le tombe in pietra sono sempre state legate a élite ristrette, a figure di potere. Le tombe dei giganti, al contrario, implicano un enorme dispendio di lavoro a fronte di nessuna utilità funeraria pratica.
Le interpretazioni di tipo religioso o misticheggiante, quali la fertilità, madre terra, l’aldilà, sono speculazioni non dimostrate, spesso introdotte per colmare un vuoto interpretativo piuttosto che per spiegare dati concreti.
Anche la lettura dell’esedra (piazzale antistante la detta tomba) come simbolo femminile e generativo, appare una forzatura simbolica, non sostenuta da elementi oggettivi e, poco rispettosa dell’intelligenza analitica.
Le ossa nelle tombe dei giganti e nelle domus de janas
Le ossa rinvenute in queste strutture meritano una analisi attenta e profonda. Nelle domus de janas sono stati trovati solamente alcuni scheletri umani, compatibili con decessi avvenuti in loco in epoca recente rispetto la costruzione e, non con sepolture intenzionali o sistematiche.
Qui si inserisce la domanda: questi defunti in vita sono stati i costruttori, oppure in seguito gli utilizzatori? Questa domanda ci porta inequivocabilmente alla risposta: gli scheletri trovati non sono dei costruttori ma dei frequentatori venuti dopo.
Sa Sedda (Sardegna) (foto 3)

Nelle tombe dei giganti, invece, il quadro relativo alle ossa è differente e più complesso. Non si tratta di scheletri completi, ma di ossa frammischiate appartenenti a individui diversi. Non ossa di uno stesso corpo, bensì accumuli eterogenei. Non presentano alcuna disposizione ordinata e sistematica, consolidata mediante una prassi rispettosa del defunto, ovvero mediante ritualità funeraria.
Questa configurazione è tipica di un ossario, non di una tomba. Le ossa appaiono spesso pulite, come se fossero state essiccate, lasciate alle intemperie e, in alcuni casi parzialmente bruciate. Le ossa appaiono buttate e non composte; anche perché poi vi sarebbe da stabilire da dove gli scheletri sarebbero passati per entrare, laddove l’entrata è di cm.35/40X35.
Noeddale entrata ribassata (foto 4)

È stata avanzata l’ipotesi della scarnificazione rituale, ma tale pratica lascia segni evidenti sugli elementi ossei, segni che non risultano presenti nei reperti sardi e mediterranei.
Un ulteriore dato è decisivo: dove avviene una decomposizione naturale, il suolo registra specifiche alterazioni chimiche. Tali tracce non sono riscontrabili né nelle tombe dei giganti né nelle domus de janas e, questo è un dato di fatto che inchioda il responso.
Ne consegue che le ossa furono raccolte altrove e collocate successivamente all’interno di strutture preesistenti. L’uso postumo come ossario ha così generato l’equivoco interpretativo, trasformando una funzione secondaria in presunta funzione originaria. Ciò ha prestato il fianco alla damnatio memoriae, che comunque intendeva cancellare il mito dei giganti.
Le tombe a pozzetto: il confronto decisivo
Un confronto chiarificatore è offerto dalle cosiddette tombe a pozzetto, poiché in questo caso la definizione di “tomba” poggia su riscontri oggettivi di tutt’altro tenore e da chiarire.
Cappadocia (Turchia) (foto 5)

Le tombe a pozzetto (unicamente quelle scavate nella roccia e non nella terra) sono strutture, costituite da un pozzo verticale scavato nella roccia, talvolta con una o due camere laterali sul fondo, quando non discendenti più in basso. In esse sono stati rinvenuti scheletri umani completi, in connessione anatomica, deposti secondo posture intenzionali e accompagnati da corredi coerenti, posti in relazione diretta con il corpo.
Un ulteriore elemento decisivo è rappresentato dalle tracce chimiche di decomposizione rilevate nei sedimenti: alterazioni del suolo compatibili con la permanenza e la decomposizione in loco del corpo, esattamente ciò che manca nelle domus de janas e nelle tombe dei giganti.
Dal punto di vista cronologico, le datazioni della narrativa ufficiale, indicano una coesistenza temporale tra la costruzione della struttura (tomba a pozzetto) e la deposizione del defunto. Questa accademica versione non è però totalmente condivisa e confermata, se non rigettata; quindi merita maggiore approfondimento.
Le tombe a pozzetto dimostrano o dimostrerebbero dunque che, quando una comunità intende seppellire i propri morti, utilizza strutture funzionali mediante modalità sistematica. Proprio questa coerenza rende ancora più problematica l’attribuzione funeraria alle strutture megalitiche, nelle quali tali riscontri sono assenti.
Tuvixeddu tombe a pozzo ( foto 6)

Una ulteriore conferma della funzione funeraria delle tombe a pozzo, si evidenzierebbe dallo spaccato verticale visibile nel sito di Tuvixeddu. In questa sezione, prodotta dall’asportazione recente del banco roccioso, le strutture non appaiono più come semplici aperture superficiali a pozzo, ma come sistemi integralmente ipogei e questo ribalta la narrazione imposta.
Le aperture frontali osservabili non erano ingressi, ma il risultato di un taglio successivo nella roccia. Ora la domanda: quindi le tombe a pozzetto erano realmente tombe?
Risposta: no in quanto ad intento costruttivo; si in parte per quanto riguarda l’utilizzo postumo. La presenza di deposizioni umane all’interno delle tombe a pozzetto scavate nella roccia non dimostra la loro funzione originaria, ma solo un utilizzo successivo.
Afferma lo storico sardo Raimondo De Muro, che i Sardi non hanno mai scavato tombe nella roccia, poiché interravano i defunti entro sacchi di orbace, sacchi di lana molto resistente. Ciò comporterebbe quindi il fatto che tali strutture in pietra devono essere considerate anteriori, riutilizzate da genti giunte successivamente dal mare ma non dalla popolazione sarda.
Ne consegue che anche per le tombe a pozzetto vale lo stesso principio già applicato alle domus de janas e alle tombe dei giganti: ovvero non erano nate come tombe. Altro particolare non meno importante è il fatto che solamente una parte delle tombe a pozzo presentavano segni di sepoltura. Per cosa sarebbero state costruite le altre?
Pantalica (Sicilia) villaggio rupestre o necropoli? (foto 7)

La damnatio memoriae
Quando una versione storica risulta incompatibile con l’assetto culturale o politico dominante, non viene confutata apertamente: viene edulcorata e poi sostituita. Si impone una narrazione di comodo, spesso accompagnata da favole del folclore locale.
Ad esempio, in Russia si raccontano ai bambini delle favole in cui si dice che in un lontano passato, i giganti costruivano abitazioni per i nani. Probabilmente fantasia, ma che ben si addice osservando la sottostante immagine di una tomba per giganti.
Pascaredda (Sardegna) 8

La presenza diffusa di domus de janas, dolmen e tombe dei giganti non poteva essere spiegata senza riconoscere un elemento destabilizzante: non si adattavano all’uomo storico così come oggi viene inteso.
Considerando lo stato di fatto al momento della costruzione e, non gli usi successivi, emerge un dato semplice: dove un accesso consente il passaggio di un individuo alto 1,70 mt, possono entrare anche individui più piccoli; ma dove l’accesso misura 35–40 cm di diametro, l’ingresso è precluso all’uomo comune.
Questa caratteristica non è isolata. In molte aree del pianeta esistono strutture sotterranee analoghe, compatibili con esseri di bassa statura, dotati di corpi flessibili e di capacità tecniche o di una forza che ancora oggi non sappiamo spiegare. Gli erdstall tunnel europei e le città sotterranee dell’Anatolia (foto 5) lo confermano. Notare come il piano di calpestio è stato abbassato per consentire il passaggio dell’umano attuale.
Vi è infine un’ultima anomalia: strutture pressoché identiche in luoghi diversi, vengono interpretate e definite in modi opposti a seconda del contesto geografico e religioso. In Sardegna le domus de janas sono quasi esclusivamente presentate come tombe; altrove stesse costruzioni sono considerate abitazioni rupestri, parti di villaggi sotterranei, privi di qualunque etichetta funeraria, misticheggiante o religiosa.
Forse il vero problema non è stabilire se fossero tombe, cosa ormai più che evidente. Il vero problema è accettare che non lo fossero affatto e, quale la motivazione di fondo per il quale questa è stata la narrazione imposta. Il mito in base al quale la presenza di ossa indica che si tratta di tomba, è defunto! Ora occorre prenderne atto.
